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L'ACQUA NEL TUO CORPO

L'ACQUA NEL TUO CORPO NON È H₂O. È H₃O₂. E QUESTO CAMBIA TUTTO.
 
Lascia che sia chiaro.
 
Ti hanno mentito sull'acqua.
 
Non solo sull'acqua del rubinetto, piena di fluoro, o sull'acqua costosa in bottiglie di plastica, ma sull’acqua dentro il tuo corpo. L’acqua nelle tue cellule, nel tuo sangue, nella fascia, nei tuoi organi. L’acqua di cui sei fatto.
 
Ti hanno detto che è H₂O. Questo è ciò che tutti abbiamo imparato a scuola. Che il tuo corpo è composto per il 70% da acqua e che l’acqua è semplicemente una sostanza neutra che trasporta cose all’interno del corpo.
 
Ma questa non è tutta la verità. Nemmeno ci si avvicina.
 
Nel tuo corpo, l’acqua non esiste nello stato liquido ordinario. Passa in una fase strutturata. Una forma viva, intelligente, elettricamente carica, conosciuta come H₃O₂. Si chiama acqua della zona di esclusione o acqua EZ, e si comporta in modo completamente diverso dall’acqua liquida comune.
 
Il professor Gerald Pollack, bioingegnere e scienziato dell’Università di Washington, lo dimostra attraverso le sue ricerche rivoluzionarie. Ha scoperto che l’acqua a contatto con superfici idrofile (che amano l’acqua), come le pareti dei vasi sanguigni e delle cellule, si organizza in una struttura cristallina. Diventa più densa, più viscosa, con carica negativa, e trattiene energia.
 
Questa acqua crea una separazione di cariche. Agisce come una batteria. Immagazzina energia dalla luce solare, dal calore infrarosso e dalle vibrazioni. Alimenta il flusso. Alimenta i processi biologici. Esiste nelle piante, negli animali e — soprattutto — in te.
 
Questa scoperta riscrive le regole della biologia.
 
Gli esperimenti di Pollack mostrano che l’acqua EZ si espande in risposta alla luce infrarossa e che genera una tensione elettrica misurabile. Può muovere i liquidi senza bisogno di pompe. Ha pubblicato questi studi in riviste scientifiche con revisione paritaria, li ha documentati con esperimenti reali e ha persino scritto un libro sull’argomento — The Fourth Phase of Water (La quarta fase dell’acqua).
 
Niente di tutto questo è speculazione. È un fatto scientifico. Ma viene ignorato.
 
Perché?
 
Perché, se le persone capissero quanto è importante l’acqua strutturata, realizzerebbero quanto è facile guarire senza farmaci, iniezioni o prescrizioni.
 
H₃O₂ È CIÒ CHE RENDE POSSIBILE LA VITA
 
Il tuo sangue non scorre perché il cuore pompa come un motore. Le tue cellule non funzionano solo per via della pressione e delle reazioni chimiche. Ciò che genera il flusso, l’energia e la comunicazione nel corpo è l’acqua strutturata nei tuoi tessuti.
 
Quest’acqua forma strati di carica che spostano le sostanze dove devono andare. Per questo il sangue scorre negli embrioni anche prima che il cuore sia formato. Per questo la fascia conduce vibrazioni e luce. Per questo le cellule comunicano istantaneamente — non solo chimicamente, ma tramite campi elettrici.
 
Rudolf Steiner, più di 100 anni fa, disse che il cuore non è una pompa, ma una valvola in un sistema già in movimento. Gerald Pollack ha fornito la prova sperimentale di ciò. Viktor Schauberger studiò l’acqua nel suo stato naturale e disse che essa è la chiave per comprendere la vita stessa.
 
Eppure — nessuno lo insegna. Né nelle università di medicina, né nella scienza convenzionale, né nello studio del tuo medico. Perché l’acqua strutturata non può essere imbottigliata, brevettata o trasformata in un abbonamento.
 
COME COSTRUIRE ACQUA STRUTTURATA NEL TUO CORPO
 
Non ottieni acqua strutturata dal rubinetto. Quella è acqua "morta". Trattata chimicamente, svuotata energeticamente e spesso piena di tossine.
 
Costruisci acqua strutturata nel tuo corpo attraverso una reale esposizione all’energia vitale:
 
Luce solare. La luce infrarossa del sole è uno degli stimolatori più potenti per la formazione dell’acqua EZ. Ecco perché ti senti più energico dopo l’esposizione al sole.
 
Movimento e respirazione. La fascia e i muscoli aiutano a muovere i fluidi. La respirazione espande il diaframma, aumenta il flusso e stimola il sistema linfatico — tutto ciò migliora la struttura e la carica.
 
Elettroliti e minerali. Acqua di sorgente, sale marino celtico e shilajit aiutano l’idratazione e la conducibilità. La vera idratazione non è bere più acqua, ma rendere quell’acqua utilizzabile a livello cellulare.
 
Frutta e verdura crude. Contengono già acqua strutturata. Per questo ti senti rinfrescato quando mangi melone, cetriolo o bevi un succo appena spremuto.
 
Earthing (messa a terra). Camminare a piedi nudi ti collega al campo elettrico naturale della Terra. Questo stabilizza la carica nel corpo e sostiene la struttura dell’acqua interna.
 
Energia pura. Pensieri, musica, frequenze e intenzioni contano. L’acqua risponde alle vibrazioni. Masaru Emoto lo ha mostrato chiaramente — l’acqua può conservare memoria e reagire a emozioni e suoni.
 
PERCHÉ RIMANERE DISIDRATATO DI PROPOSITO?!
 
Ti hanno detto di temere il sole.
 
Ti hanno detto che l’acqua è solo acqua.
 
Ti hanno dato acqua morta in plastica, piena di xenoestrogeni e BPA.
 
Hanno riempito la tua casa con WiFi e luce blu, che disturbano i segnali biologici.
 
Ti hanno fatto credere che essere stanco, disidratato, infiammato e annebbiato sia normale.
 
Non lo è.
 
Non sei fatto per funzionare con farmaci, zucchero e caffeina. Sei fatto per funzionare con luce, minerali, respirazione ed energia. E il ponte che collega tutto ciò è l’acqua strutturata.
 
NON SEI FATTO DI LIQUIDO. SEI FATTO DI ACQUA VIVA, CARICA DI LUCE
 
Non sei una macchina. Non sei solo carne, ossa e sangue. Sei una batteria vivente. Un essere liquido, vibrante, che si ricarica da solo, alimentato dalla luce solare, dalla respirazione e dal movimento.
 
La prossima volta che ti manca energia, non chiederti quale integratore prendere. Chiediti quanto è carica l’acqua nel tuo corpo.
 
La luce del sole è medicina.
 
Il movimento è energia.
 
La frutta è idratazione.
 
La messa a terra è allineamento.
 
La respirazione è elettricità.
 
Il tuo corpo sa già come guarire.
Devi solo dargli le condizioni per cui è stato creato.
 
L’autore del concetto e delle ricerche scientifiche sulla “quarta fase” dell’acqua (H₃O₂), nota anche come exclusion zone water (EZ), è il prof. Gerald H. Pollack, bioingegnere dell’Università di Washington, autore del libro The Fourth Phase of Water.
 
 

cronobiologia della caffeina e la frammentazione invisibile del sonno

L'architettura dell'inganno: 
 
Nella nostra continua esplorazione dei ritmi che governano la biologia umana, ci
 
concentriamo spesso sulla luce come principale zeitgeber (donatore di tempo). Eppure,
 
esiste un "falso segnale" biochimico che miliardi di persone introducono
 
quotidianamente nel proprio sistema, capace di distorcere la percezione interna del
 
tempo e della fatica con la stessa potenza di una luce blu sparata nella retina a
 
mezzanotte. Parlo, ovviamente, della caffeina.
 
Abbiamo deciso di scrivere questo approfondimento perché notiamo, anche tra i
 
professionisti, una tendenza a semplificare la farmacocinetica di questa sostanza. Ci si
 
limita spesso a dire "non berlo la sera". Ma la realtà neurobiologica è molto più
 
complessa e affascinante. Per comprendere veramente come proteggere l'architettura
 
del sonno, e quindi la salute mentale e metabolica, dobbiamo smettere di guardare al
 
caffè come a una "batteria" e iniziare a vederlo per quello che è: un modulatore
 
dell'adenosina che agisce in un ecosistema genetico e metabolico unico per ciascuno di
 
noi.
 
La menzogna energetica: meccanismi recettoriali
 
Partiamo da un concetto fondamentale che dobbiamo ripetere ai nostri pazienti (e a noi
 
stessi): la caffeina non produce energia. Non c'è una singola molecola di ATP
 
generata dal consumo di un espresso.
 
La caffeina è strutturalmente simile all'adenosina, un nucleoside che funge da
 
sottoprodotto del consumo energetico neurale. Durante la veglia, mentre pensiamo, ci
 
muoviamo e lavoriamo, i livelli di adenosina extracellulare aumentano nel cervello,
 
legandosi a recettori specifici per creare quella che chiamiamo "pressione
 
omeostatica del sonno". È il segnale che il corpo invia per dire: "Abbiamo lavorato,
 
ora dobbiamo riposare e ripulire".
 
La caffeina agisce come un antagonista competitivo non selettivo dei recettori
 
dell'adenosina (principalmente A1 e A2A). Si inserisce nel recettore senza attivarlo,
 
bloccando l'accesso all'adenosina. Il risultato? Il cervello smette di "sentire" la
 
stanchezza. Ma la stanchezza (l'adenosina) continua ad accumularsi nello spazio
 
sinaptico, in attesa.
 
Quando l'effetto della caffeina svanisce e i recettori si liberano, assistiamo a quello che
 
in clinica vediamo spesso: il crash. L'adenosina accumulata inonda improvvisamente i
 
recettori, causando una sonnolenza devastante che spesso porta il soggetto a cercare
 
un'altra tazza, innescando un ciclo di dipendenza e recupero fallimentare.
 
Il paradosso del mattino: la regola dei 90 minutiPrima di parlare di quando smettere di bere caffè, dobbiamo affrontare un errore
 
cronobiologico che quasi tutti commettono: berlo appena svegli.
 
Andrew Huberman, neuroscienziato della Stanford University, ha popolarizzato un
 
meccanismo cruciale che si allinea perfettamente con la nostra visione sistemica:
 
l'importanza di ritardare l'assunzione di caffeina di 90-120 minuti dopo il risveglio.
 
Perché questa attesa è fondamentale?
 
Al risveglio, il nostro sistema non ha ancora completato la "pulizia" (clearance) di tutta
 
l'adenosina residua della notte; questo fenomeno è noto come inerzia del sonno. Se
 
introduciamo caffeina nei primi 15 minuti dal risveglio, blocchiamo i recettori
 
dell'adenosina mentre c'è ancora adenosina residua in circolo.
 
La caffeina impedisce a questa adenosina di essere smaltita correttamente. Di
 
conseguenza, nel primo pomeriggio, quando la caffeina mattutina viene metabolizzata
 
e si stacca dai recettori, ci ritroviamo a dover gestire non solo l'adenosina accumulata
 
durante la mattina, ma anche quella residua della notte precedente che era rimasta
 
"nascosta". Questo causa il famigerato crollo delle ore 14:00 o 15:00.
 
Inoltre, bere caffè immediatamente interferisce con il picco naturale di cortisolo
 
(Cortisol Awakening Response) che dovrebbe avvenire fisiologicamente per attivarci.
 
Aspettare 90 minuti permette al sistema di:
 
1.⁠ ⁠Completare la clearance dell'adenosina residua.
 
2.⁠ ⁠Lasciare che il cortisolo endogeno faccia il suo lavoro di attivazione senza
 
interferenze esogene.
 
La matematica del declino: perché "9 ore" non basta
 
Se guardiamo alla letteratura statistica, emerge spesso un dato: per massimizzare la
 
qualità del sonno, l'assunzione di caffeina dovrebbe cessare circa 9 ore prima di
 
coricarsi. Se andate a letto alle 23:00, il "cut-off" sarebbe alle 14:00.
 
Tuttavia, come specialisti di cronobiologia, dobbiamo diffidare delle medie. La media
 
statistica è la tomba della fisiologia individuale.
 
L'emivita della caffeina, il tempo necessario al corpo per eliminarne il 50%, non è una
 
costante universale. Varia drasticamente da 1,5 ore a oltre 9,5 ore.
 
Facciamo due calcoli su uno scenario clinico reale:
 
Un paziente beve un doppio espresso (circa 150-200mg di caffeina) alle 16:00 per
 
superare il calo pomeridiano.
 
 Se è un metabolizzatore rapido (emivita 2 ore), alle 22:00 avrà in circolo una
 
quantità trascurabile di sostanza. Se è un metabolizzatore lento (emivita 8 ore), alle 24:00, quando cerca di dormire,
 
avrà ancora in circolo il 50% della caffeina assunta (100mg), l'equivalente di aver
 
bevuto un caffè intero appena prima di mettersi a letto. Alle 8:00 del mattino
 
successivo, avrà ancora il 25% della dose attiva.
 
Questo paziente si sveglierà stanco, non perché ha dormito poche ore, ma perché il suo
 
cervello ha tentato di riposare in presenza di uno stimolante psicoattivo. E cosa farà
 
appena sveglio? Berrà altro caffè. Ecco servita la disfunzione cronica del ritmo
 
circadiano.
 
La lotteria genetica: CYP1A2 e ADOA2A
 
Perché questa variabilità? Qui entriamo nel territorio affascinante della
 
nutrigenomica. La risposta al caffè è scritta nel nostro codice a barre genetico,
 
principalmente in due geni che ogni specialista dovrebbe conoscere.
 
1.⁠ ⁠Il "motore" metabolico: CYP1A2
 
Questo gene codifica per l'enzima citocromo P4501A2, responsabile di oltre il 90% del
 
metabolismo della caffeina nel fegato.
 
 Le persone con l'allele CYP1A21A sono metabolizzatori "rapidi". Il loro fegato
 
smonta la molecola come un team di Formula 1 al pit stop.
 
 Le persone con l'allele CYP1A21F sono metabolizzatori "lenti". Il loro sistema
 
enzimatico lavora con flemma, lasciando la sostanza in circolo per ore.
 
Paradossalmente, questi sono i soggetti a maggior rischio di ipertensione e
 
infarto miocardico correlati al caffè, perché l'esposizione sistemica è prolungata.
 
2.⁠ ⁠L'antenna sensibile: ADOA2A
 
Non conta solo quanto velocemente eliminiamo la caffeina, ma quanto il nostro cervello
 
è sensibile alla sua presenza. Il gene ADOA2A regola la densità e la sensibilità dei
 
recettori dell'adenosina.
 
Alcune varianti genetiche rendono i recettori ipersensibili: per questi soggetti, anche
 
una piccola dose di caffeina provoca ansia, tachicardia e un'insonnia intrattabile. Altri,
 
con varianti diverse, possono bere un caffè e dormire poco dopo (anche se, come
 
vedremo, la qualità di quel sonno è un altro discorso).
 
Io stesso sospetto di appartenere alla categoria dei metabolizzatori lenti con alta
 
sensibilità recettoriale: un caffè dopo le 14:00 trasforma il mio ritmo circadiano da
 
"pignone" a "gufo insonne", spostando forzatamente il mio cronotipo verso la sera.
 
Visione sistemica: l'influenza dell'ambiente (dieta e farmaci)Qui arriviamo al cuore della visione ELIOSLAMP: nulla avviene nel vuoto. Il
 
funzionamento del gene CYP1A2 non è statico; è modulabile dall'ambiente, in
 
particolare dalla dieta. Questo apre scenari terapeutici interessantissimi.
 
Sappiamo che il CYP1A2 è un enzima inducibile. Cosa significa? Che possiamo
 
accelerarne o rallentarne l'attività con ciò che mettiamo nel piatto.
 
 Acceleratori (induttori): Le verdure crocifere. Broccoli, cavoli, cavoletti di
 
Bruxelles e cavolfiori contengono composti (come l'indolo-3-carbinolo) che
 
"allenano" il fegato a lavorare più velocemente. Una cena ricca di broccoli
 
potrebbe teoricamente aiutare un metabolizzatore lento a smaltire i residui del
 
caffè pomeridiano più in fretta. Anche il fumo di sigaretta (idrocarburi policiclici
 
aromatici) è un potente induttore, motivo per cui molti fumatori bevono enormi
 
quantità di caffè: lo bruciano troppo in fretta.
 
 Freni (inibitori): Le verdure apiacee (o ombrellifere). Carote, sedano,
 
prezzemolo, cumino e aneto contengono sostanze (come la naringenina o gli
 
psoraleni) che competono con l'enzima, rallentandolo. Mangiare un'insalata di
 
sedano e carote a cena potrebbe estendere l'emivita della caffeina assunta a
 
pranzo.
 
Ancora più critico è l'aspetto farmacologico. Alcuni SSRI (come la fluvoxamina),
 
antibiotici (ciprofloxacina) e contraccettivi orali inibiscono fortemente il CYP1A2. Una
 
donna che prende la pillola potrebbe avere un'emivita della caffeina raddoppiata
 
rispetto a quando non la assumeva. Ignorare questo dato in anamnesi significa
 
ignorare la causa dell'insonnia.
 
Il mito della tolleranza e il danno invisibile
 
Spesso sento dire: "Io bevo caffè a cena e dormo benissimo". Questa è forse l'illusione più
 
pericolosa.
 
Dobbiamo distinguere nettamente tra addormentamento (sleep onset) e qualità del
 
sonno (sleep architecture).
 
Essere in grado di perdere coscienza non significa che il cervello stia recuperando. Gli
 
studi con polisonnografia mostrano chiaramente che la caffeina, anche in chi
 
soggettivamente "dorme bene":
 
1.⁠ ⁠Sopprime il sonno profondo (onde SWS): Riduce la potenza delle onde delta,
 
cruciali per il recupero fisico, la pulizia glinfatica (eliminazione di beta-amiloide)
 
e il rilascio dell'ormone della crescita.
 
2.⁠ ⁠Aumenta i micro-risvegli: Frammenta la continuità del sonno. Ci si sveglia
 
magari per pochi secondi, non sufficienti per ricordarlo al mattino, ma sufficienti
 
per impedire di completare i cicli di sonno REM e NREM in modo armonico.Il risultato è che ci svegliamo "non riposati". E la soluzione che adottiamo è bere più
 
caffè, alimentando un loop di feedback negativo che nel lungo periodo porta a
 
disregolazione dell'asse HPA (cortisolo) e infiammazione sistemica.
 
Conclusioni per la pratica clinica e personale
 
Cosa portiamo a casa da questa analisi?
 
Che la caffeina è uno strumento potente di modulazione neurochimica, non una
 
bevanda innocua. Se lavoriamo sui ritmi circadiani, sul miglioramento delle
 
performance o sulla gestione dello stress, dobbiamo trattare il caffè con la stessa
 
precisione con cui tratteremmo un farmaco.
 
1.⁠ ⁠Ritardo strategico: Implementare la regola dei 90-120 minuti al mattino.
 
Lasciamo che il corpo si svegli biochimicamente prima di introdurre lo
 
stimolante.
 
2.⁠ ⁠Personalizzazione radicale: Non esiste un orario valido per tutti. Per chi ha
 
disturbi del sonno o ansia, consigliamo di anticipare lo stop alla caffeina alle
 
10:00 o 11:00 del mattino, o di eliminarla ciclicamente per verificare il proprio
 
stato basale ("washout").
 
3.⁠ ⁠Ascolto del corpo (vero): Se avete bisogno di caffè per "accendervi" al mattino,
 
significa che il sonno della notte precedente non è stato ristoratore o che il vostro
 
ritmo circadiano è desincronizzato. Usare il caffè in questo stato è come correre
 
con una caviglia slogata prendendo antidolorifici: non guarisce il danno,
 
permette solo di ignorarlo mentre peggiora.
 
4.⁠ ⁠Rispetto per l'adenosina: Impariamo a vedere la stanchezza serale non come
 
un nemico da abbattere, ma come un segnale biologico sacro. È l'invito del corpo
 
a entrare nella fase di riparazione. Bloccarlo chimicamente è un atto di violenza
 
contro la nostra fisiologia.
 
Filosofia ELIOSLAMP
 
In ELIOSLAMP parliamo di luce, ma ricordiamo che la luce ha valore solo perché esiste
 
il buio. Allo stesso modo, la veglia ha valore solo se sostenuta da un sonno profondo e
 
pulito. Proteggere i nostri recettori dall'assedio costante della caffeina potrebbe essere
 
il passo più importante per ritrovare quella lucidità naturale che cerchiamo invano sul
 
fondo di una tazzina.
 
Come suggerisce l'etimologia stessa che ci riunisce, Elios, il Sole, la nostra fisiologia è
 
stata scolpita evolutivamente per rispondere a segnali fotonici, non per sostenere una
 
veglia artificiale tramite antagonisti chimici. Sostituire questo antico allineamento
 
eliocentrico con una forzatura farmacologica significa tradire la nostra stessa biologia:
 
torniamo a essere figli del ritmo e della luce, non ostaggi della molecola.Buona riflessione a tutti.
 
Riferimenti
 
1.⁠ ⁠Poole, Robin, et al. "Coffee consumption and health: umbrella review of meta-
 
analyses of multiple health outcomes." BMJ 359 (2017).
 
2.⁠ ⁠Lloret‐ linares, Célia, et al. "Does a single cup of coffee at dinner alter the sleep? A
 
controlled cross‐ over randomised trial in real‐ life conditions." Nutrition &
 
Dietetics (2012)
 
3.⁠ ⁠Shilo, Lotan, et al. "The effects of coffee consumption on sleep and melatonin
 
secretion." Sleep medicine (2002)
 
4.⁠ ⁠Drake, Christopher, et al. "Caffeine effects on sleep taken 0, 3, or 6 hours before
 
going to bed." Journal of Clinical Sleep Medicine (2013)
 
5.⁠ ⁠Gardiner, Carissa L., et al. "Dose and timing effects of caffeine on subsequent
 
sleep: a randomized clinical crossover trial." Sleep (2025)
 
6.⁠ ⁠Landolt, Hans-Peter. "“No thanks, coffee keeps me awake”: individual caffeine
 
sensitivity depends on ADORA2A genotype." Sleep (2012)
 
7.⁠ ⁠Nehlig, Astrid. "Interindividual differences in caffeine metabolism and factors
 
driving caffeine consumption." Pharmacological reviews (2018)
 
8.⁠ ⁠O'donnell, Deirdre, et al. "Comparison of subjective and objective assessments of
 
sleep in healthy older subjects without sleep complaints." Journal of sleep
 
research (2009)
 
9.⁠ ⁠Grzegorzewski, Jan, et al. "Pharmacokinetics of caffeine: a systematic analysis of
 
reported data for application in metabolic phenotyping and liver function
 
testing." Frontiers in pharmacology (2022)
 
10.Eagles, Shane K., Annette S. Gross, and Andrew J. McLachlan. "The effects of
 
cruciferous vegetable‐ enriched diets on drug metabolism: A systematic review
 
and meta‐ analysis of dietary intervention trials in humans." Clinical
 
Pharmacolo

IL CARDIO NON È TUTTO UGUALE

IL CARDIO NON È TUTTO UGUALE
La fisiologia delle diverse intensità, il loro impatto sul metabolismo 
 
Nel linguaggio comune si usa la parola "cardio" come se descrivesse un'unica categoria di esercizio: un gesto ritmico e ripetitivo che accelera il battito, fa sudare e consuma energia. Ma dentro quella parola convivono stimoli profondamente diversi, ciascuno con un impatto specifico sul metabolismo dei substrati energetici, sulla biogenesi mitocondriale, sulla funzione cardiovascolare e sul sistema neuroendocrino.
 
📍La zona bassa: ossidazione dei grassi e steady-state
Il cardio a bassa intensità, quello che si svolge a frequenze cardiache comprese tra il 50 e il 65% della frequenza massima, è fisiologicamente il dominio della via aerobica a prevalenza lipidica. A questi livelli di sforzo, la concentrazione di lattato rimane stabile al di sotto della prima soglia ventilatoria e la principale fonte di carburante per la contrazione muscolare sono gli acidi grassi liberi, veicolati nei mitocondri attraverso il sistema della carnitina e ossidati nella beta-ossidazione. Il processo è lento ma efficiente: richiede un apporto costante di ossigeno, una frequenza cardiaca sostenuta e una durata sufficiente perché il contributo lipidico diventi prevalente.
Gli studi sul cosiddetto steady-state cardio confermano come questo tipo di lavoro produca adattamenti significativi sulla densità capillare muscolare, sulla capacità enzimatica ossidativa e sulla salute cardiovascolare in senso lato. 
 
E’ documentato come questo lavoro aerobico continuo a intensità moderata produca miglioramenti significativi nella capacità di ossidare i grassi durante l'esercizio, un adattamento particolarmente prezioso nei soggetti sovrappeso, sedentari o in fase di ricomposizione corporea. Non è un cardio "facile": è un cardio specifico, con un bersaglio preciso.
 
📍La zona alta: HIIT, EPOC e rimodellamento metabolico
All'estremo opposto dello spettro si colloca il cardio ad alta intensità, il territorio dell'HIIT, caratterizzato da brevi esplosioni di sforzo massimale o submassimale alternate a fasi di recupero attivo o passivo. Qui il metabolismo non può affidarsi esclusivamente alla via aerobica: la richiesta energetica supera la capacità di produzione mitocondriale e la glicolisi anaerobica entra in gioco in modo preponderante. Il risultato è un accumulo di lattato, una risposta simpatica intensa e un profondo impatto sul sistema cardiovascolare e respiratorio.
Quello che rende l'HIIT particolarmente rilevante dal punto di vista scientifico è il fenomeno dell'EPOC - Excess Post-exercise Oxygen Consumption - ovvero il consumo elevato di ossigeno nelle ore successive alla sessione, necessario per ripristinare l'omeostasi metabolica alterata dall'intensità dello sforzo;  l'HIIT produca un EPOC significativamente superiore rispetto al cardio continuo di pari durata, con un impatto sul dispendio energetico post-esercizio che può protrarsi fino a 24-48 ore. A ciò si aggiunge l'effetto sulla biogenesi mitocondriale: anche protocolli brevi di interval training ad alta intensità producano un aumento della densità mitocondriale paragonabile a quello indotto da volumi molto maggiori di cardio continuo. 
È un lavoro che non si limita a bruciare calorie durante la sessione: modifica la fisiologia, eleva la capacità metabolica e migliora la tolleranza allo sforzo in modo duraturo. Il prezzo è il carico sistemico elevato, che rende indispensabile una programmazione oculata e un recupero adeguato tra le sessioni.
 
📍La terza via: il MIT e l'allenamento ibrido
Tra il lavoro a bassa intensità continuo e gli spike massimali dell'HIIT esiste uno spazio spesso sottovalutato nella pratica quotidiana: il MIT, il cosiddetto Mixed Intensity Training o cardio a intensità moderata-variabile. Si tratta di un approccio ibrido che alterna fasi a intensità moderata, intorno alla prima soglia ventilatoria, con fasi di intensità più elevata, senza mai raggiungere il picco massimale richiesto dall'HIIT classico. È, in un certo senso, un cardio "intelligente per esclusione": non è così blando da stimolare solo la via lipidica, non è così aggressivo da richiedere recuperi prolungati.
Il MIT è particolarmente utile nei soggetti che hanno già una base aerobica discreta ma che non possono o non devono affrontare intensità massimali, per ragioni ortopediche, cardiologiche, di recupero post-allenamento con i pesi, o semplicemente perché si trovano in una fase di picco di volume settimanale.
 
📍Il livello del soggetto cambia tutto
Uno degli errori più comuni nella prescrizione dell'esercizio aerobico è trattare l'intensità come un valore assoluto, indipendente dalla persona che si ha davanti. La fisiologia, invece, è sempre relativa. Il 70% della frequenza cardiaca massima è una zona di intensità moderata per un atleta allenato e uno sforzo considerevole per un sedentario. Questo principio ha implicazioni dirette e concrete sulla programmazione.
Nel soggetto principiante, qualsiasi stimolo aerobico strutturato rappresenta un segnale nuovo per un organismo non abituato: la capacità aerobica migliora rapidamente, la sensibilità insulinica aumenta, il cuore adatta la propria gittata sistolica con relativa velocità. In questa fase, anche il cardio a bassa intensità produce effetti visibili e misurabili, e l'obiettivo primario è costruire tolleranza e abitudine prima ancora che efficienza metabolica. Nel soggetto intermedio, il sistema è già in parte adattato: serve variare lo stimolo, modulare le intensità e usare il cardio come strumento di rifinitura della capacità aerobica e di miglioramento della soglia lattacida. Nell'avanzato, il cardio diventa una leva di precisione: il margine di miglioramento si restringe, e solo un'esposizione calibrata agli stimoli giusti, nelle intensità giuste, ai momenti giusti del ciclo allenante, produce adattamenti ulteriori.
 
📍Per il soggetto over 50, infine, il discorso si sposta su un piano che travalica la performance: il cardio diventa terapia preventiva. La letteratura degli ultimi anni è chiara e consistente su questo punto, l'esercizio aerobico regolare riduca la mortalità cardiovascolare in modo dose-dipendente, con benefici che si estendono alla sensibilità insulinica, alla funzione endoteliale, alla salute cognitiva e alla composizione corporea. In questa fascia d'età, la preservazione della capacità mitocondriale, che declina progressivamente con l'invecchiamento, è uno degli obiettivi più rilevanti che il cardio può perseguire, purché sia prescritto con logica e progressività.
 
📍La frequenza cardiaca: utile, ma non sufficiente
La frequenza cardiaca è uno strumento pratico e accessibile per monitorare l'intensità dell'esercizio aerobico, ma ridurre tutta la complessità fisiologica dell'allenamento cardio a un numero di battiti per minuto è una semplificazione che può portare a errori di programmazione significativi. La FC è influenzata da variabili come l'idratazione, la temperatura ambientale, lo stato di riposo, il livello di ansia e l'effetto della caffeina, e può oscillare considerevolmente tra sessioni anche a pari intensità percepita. Strumenti integrativi come la misurazione del lattato ematico, il test del parlato o il monitoraggio della variabilità della frequenza cardiaca (HRV) offrono una lettura più precisa dello stato metabolico reale del soggetto e permettono di personalizzare la prescrizione in modo molto più affidabile.
La HRV in particolare, resa accessibile da dispositivi consumer sempre più diffusi, si è affermata negli ultimi anni come uno dei parametri più sensibili per monitorare il recupero autonomico tra le sessioni aerobiche.
 
📍Cardio e forza: non avversari, ma sistemi integrati
Una delle false credenze più radicate nel mondo del fitness è che il cardio e l'allenamento con i pesi siano in opposizione: che il primo "bruci il muscolo" costruito dal secondo, o che la loro combinazione produca interferenze negative inevitabili. La letteratura più recente sull'interference effect ha ridimensionato notevolmente questa convinzione.
 
Quando il cardio è programmato in modo sensato, scegliendo la modalità giusta (pedalare interferisce meno con la forza degli arti inferiori rispetto alla corsa), rispettando una finestra temporale sufficiente dalla sessione di forza e calibrando il volume totale, non solo non danneggia gli adattamenti muscolari, ma li potenzia. Il cuore è il primo muscolo del corpo: migliorarne la funzione significa migliorare la capacità di recupero tra le serie, la risposta ormonale all'esercizio e la longevità metabolica del soggetto. L'allenamento di forza costruisce il motore; il cardio ne migliora l'efficienza, ne estende la durata e ne abbassa il costo operativo.
 
📍Conclusione: il cardio come strumento di precisione
Non esiste "il cardio migliore" in senso assoluto. Esiste il cardio giusto per la persona giusta, nel momento giusto del suo percorso. Un soggetto sedentario e in sovrappeso che inizia un percorso di attività fisica trarrà benefici enormi da sessioni regolari a bassa intensità, che gli permettono di costruire una base metabolica sostenibile senza stressare un organismo non abituato. Un atleta amatoriale intermedio può beneficiare di un mix tra steady-state e protocolli HIIT programmati in funzione del suo carico settimanale totale. Un soggetto avanzato che vuole migliorare la soglia lattacida e la potenza aerobica troverà nel MIT e nell'allenamento polarizzato gli stimoli di precisione di cui ha bisogno. E un over 50 che vuole preservare salute cardiovascolare, sensibilità insulinica e funzione cognitiva troverà nel cardio, qualunque sia la sua forma, uno degli strumenti preventivi più potenti che la medicina dello stile di vita mette a disposizione.
Nicola Camera
 

Il ritmo della vita: l'allineamento circadiano come custode dell'integrità mitocondriale

Il ritmo della vita: l'allineamento circadiano come custode dell'integrità
mitocondriale
Viviamo in un'epoca di paradosso biologico. Abbiamo decifrato il genoma umano,
mappato le connessioni neurali e sviluppato tecnologie per monitorare ogni battito
cardiaco, eppure soffriamo collettivamente di una crisi energetica cellulare senza
precedenti. La stanchezza cronica, le disfunzioni metaboliche e l'invecchiamento
accelerato sono diventati la norma. La medicina convenzionale tende a guardare al
"motore" – il mitocondrio – cercando di aggiungere carburante (integratori, farmaci).
Tuttavia, la prospettiva evolutiva e neuroscientifica ci svela una verità diversa: il
problema non è la mancanza di carburante, ma un errore di "timing".
Questo articolo esplora il legame indissolubile tra il tempo biologico e la produzione di
energia. Scopriremo perché i mitocondri non sono semplici centrali elettriche, ma
sofisticati sensori ambientali che richiedono un segnale circadiano preciso per
funzionare. Senza questo allineamento, la macchina cellulare non solo rallenta: si
autodistrugge.
Oltre l'ATP – Il mitocondrio come sensore ambientale
Per decenni, la biologia scolastica ci ha insegnato che i mitocondri sono le "centrali
elettriche della cellula", responsabili della produzione di adenosina trifosfato (ATP)
attraverso la fosforilazione ossidativa. Sebbene corretto, questo è un quadro riduttivo
che oscura la loro funzione forse più critica: i mitocondri sono sensori ambientali.
I mitocondri possiedono un loro DNA (mtDNA), eredità del loro passato batterico
ancestrale. Questa autonomia genetica permette loro di "sentire" l'ambiente circostante
e adattarsi rapidamente. Ma a cosa reagiscono? Reagiscono alla luce, alla temperatura,
alla disponibilità di nutrienti e, soprattutto, al tempo.
La funzione mitocondriale non è statica; è altamente dinamica. I mitocondri
attraversano cicli continui di fissione (divisione) e fusione (unione).
 La fusione permette ai mitocondri di unirsi in reti allungate per condividere
risorse, DNA e potenziale di membrana, massimizzando l'efficienza energetica
quando la cellula è sotto stress o a digiuno.
 La fissione permette la segregazione dei mitocondri danneggiati affinché
possano essere degradati e riciclati attraverso un processo chiamato mitofagia.
Questo balletto di fusione e fissione non avviene a caso. È orchestrato dai ritmi
circadiani. Se il segnale temporale è confuso, i mitocondri restano bloccati in uno stato
intermedio: troppo frammentati per produrre energia efficiente, ma non abbastanza
segregati per essere puliti. Il risultato è l'accumulo di "spazzatura" cellulare e la
produzione eccessiva di specie reattive dell'ossigeno (ROS), ovvero stress ossidativo.
Il direttore d'orchestra – La neurobiologia del tempo
Per capire come i mitocondri sanno "che ore sono", dobbiamo guardare al sistema
nervoso centrale. Il "master clock" del corpo risiede nel nucleo soprachiasmatico (SCN)
dell'ipotalamo. Questo piccolo gruppo di neuroni riceve informazioni dirette sulla luce
attraverso il tratto retinipotalamico.
Quando la luce blu/violetta del mattino colpisce le cellule ganglionari della retina che
esprimono melanopsina, l'SCN invia un segnale di "sveglia" a tutto l'organismo. Ma
l'SCN non può controllare ogni singola reazione chimica. Agisce invece come un
direttore d'orchestra che batte il tempo per gli "orologi periferici" presenti in quasi ogni
cellula del corpo, inclusi fegato, cuore, muscoli e pelle.
Il meccanismo molecolare di questi orologi si basa su loop di feedback trascrizionale (i
geni CLOCK e BMAL1 che attivano PER e CRY). La scoperta fondamentale degli ultimi
anni è che i mitocondri possiedono un allineamento diretto con questi geni clock.
La comunicazione è bidirezionale:
1.⁠ ⁠Il nucleo della cellula dice ai mitocondri quando prepararsi per la produzione di
energia (giorno) e quando ripararsi (notte).
2.⁠ ⁠I mitocondri inviano segnali retrogradi al nucleo (tramite livelli di NAD+, acetil-
CoA e ATP) per informare l'orologio centrale sullo stato energetico.
Se l'SCN dice "è giorno" (perché vediamo luce blu) ma noi stiamo mangiando zuccheri
alle 23:00 (segnale metabolico di attività), o se stiamo fermi in una stanza buia al
mattino, si crea una desincronizzazione interna. I mitocondri ricevono ordini
contrastanti. È come premere acceleratore e freno contemporaneamente.
La dinamica della luce e il metabolismo mitocondriale
La luce è il principale zeitgeber (donatore di tempo) per i mitocondri. Ecco come varia la
fisiologia mitocondriale in base allo spettro luminoso e all'orario:
Mattina (luce blu + IR naturale): ossidazione e attivazione. L'esposizione alla luce
solare del mattino innesca la produzione di cortisolo. A livello mitocondriale, questo è il
momento della massima efficienza ossidativa. I mitocondri si preparano a bruciare
substrati (glucosio/acidi grassi). La luce infrarossa (presente in abbondanza anche
all'alba) penetra in profondità nei tessuti e interagisce con l'acqua interfacciale nelle
cellule, riducendo la viscosità dell'ATP sintasi (il motore rotante che crea energia). In
sintesi: la luce del mattino "lubrifica" e avvia il motore.
Giorno (UV) – Lo stress che fortifica (Mitormesi)
Durante il picco solare, lo scenario cambia radicalmente. L'arrivo dei raggi ultravioletti
(UV) agisce sui mitocondri non come una carezza, ma come una sfida necessaria.
 Mitormesi (lo stress benefico): Gli UV inducono i mitocondri a produrre un
picco acuto di ROS (radicali liberi). In questo contesto circadiano, i ROS non sono
tossine, ma molecole di segnalazione. Questo "allarme" costringe il nucleo
cellulare a sovra-esprimere le difese antiossidanti interne (come il glutatione e la
superossido dismutasi). È un allenamento: senza questo stress controllato, le
difese cellulari si atrofizzano.
 Fissione difensiva: Sotto il carico energetico degli UV, i mitocondri attivano la
fissione. Si frammentano in unità più piccole. Questo serve a due scopi: gestire
meglio l'alto flusso metabolico e isolare immediatamente eventuali parti
danneggiate per impedire che compromettano l'intera rete.
 Performance: È il momento della massima spesa energetica. Il corpo converte
lo stress fotonico in adattamento (sintesi di Vitamina D, produzione di melanina,
spessore cutaneo).
In sintesi: mentre la luce rossa nutre e ripara, gli UV allenano e induriscono. Un
mitocondrio mai esposto agli UV è un mitocondrio fragile, incapace di gestire lo stress
ossidativo.
Sera/notte (buio + IR residuo): riparazione e mitofagia. Questo è il punto critico
spesso ignorato. Quando cala il sole e, teoricamente, scompare la luce blu, il corpo
inizia a produrre melatonina. La melatonina non è solo l'ormone del sonno; è il più
potente antiossidante mitocondriale esistente. Fatto poco noto: i mitocondri
producono la propria melatonina in situ, ma solo se c'è un'adeguata esposizione al
vicino infrarosso durante il giorno e un'assoluta oscurità (assenza di blu) la notte.
Questa melatonina "intramitocondriale" è essenziale per neutralizzare i danni
ossidativi accumulati durante la produzione di energia diurna.
Se ci esponiamo a schermi (luce blu) dopo il tramonto, blocchiamo la produzione di
melatonina. I mitocondri continuano a "bruciare" carburante come se fosse giorno, ma
senza il liquido di raffreddamento (melatonina). Risultato: il motore fonde. L'integrità
della membrana mitocondriale collassa, il DNA mitocondriale muta e la cellula
invecchia o muore.
Il sonno, la glicolisi e la pulizia cerebrale
Il sonno è lo stato in cui l'allineamento circadiano manifesta la sua funzione riparativa
suprema. Durante il sonno profondo (onde lente), il cervello attiva il sistema glinfatico,
una sorta di sistema fognario che lava via le tossine metaboliche, inclusa la beta-
amiloide.
Questo processo è energeticamente costoso e dipende totalmente da mitocondri sani.
Paradossalmente, durante il sonno, i neuroni riducono la loro attività elettrica, ma i
mitocondri sono impegnati nella "manutenzione straordinaria". La privazione di sonno
o un sonno frammentato (causato da luce artificiale o pasti tardivi) impedisce ai
mitocondri di entrare in modalità fissione/mitofagia. I mitocondri danneggiati non
vengono smaltiti. Al risveglio, ci ritroviamo con un parco mitocondriale "sporco", meno
efficiente nel produrre ATP e più propenso a generare infiammazione.
Le malattie neurodegenerative (Alzheimer, Parkinson) hanno tutte un comune
denominatore: la disfunzione mitocondriale preceduta da decenni di disrupzione
circadiana.
NAD+ e sirtuine – I sensori della scarsità
Un altro attore chiave in questa sinfonia è il NAD+ (nicotinammide adenina
dinucleotide). I livelli di NAD+ oscillano naturalmente con il ritmo circadiano. Sono alti
di giorno e bassi di notte. Il NAD+ è necessario per l'attivazione delle sirtuine (geni della
longevità), in particolare SIRT1 e SIRT3 (quest'ultima è specifica dei mitocondri).
Le sirtuine regolano la deacetilazione delle proteine mitocondriali, mantenendole
funzionali. Quando viviamo "controtempo" (luce di notte, cibo di notte), i livelli di NAD+
crollano drasticamente. Senza NAD+, le sirtuine non funzionano. Senza sirtuine, i
mitocondri non riescono a riparare il proprio DNA né a coordinare l'uso dei grassi come
carburante. Questo spiega perché il lavoro su turni e il jet lag sociale sono correlati a
obesità e diabete: il macchinario mitocondriale per bruciare i grassi è letteralmente
"spento" dalla mancanza di ritmo.
Fotobiomodulazione – Hackerare il sistema (in modo evolutivo)
Qui entra in gioco la scienza della luce rossa e del vicino infrarosso (NIR), il core
tecnologico di strumenti come le lampade Elioslamp. Abbiamo visto che la luce blu di
notte è il nemico. Ma la luce rossa? La luce rossa e NIR (600-1000nm) ha una proprietà
unica: è bioattiva. L'enzima citocromo C ossidasi, il quarto complesso della catena di
trasporto degli elettroni nei mitocondri, agisce come un fotorecettore per queste
lunghezze d'onda.
Quando la luce rossa colpisce il citocromo C ossidasi:
1.⁠ ⁠Disloca l'ossido nitrico (NO) che spesso intasa l'enzima quando la cellula è
stressata.
2.⁠ ⁠Permette all'ossigeno di legarsi nuovamente, ripristinando il flusso di elettroni.
3.⁠ ⁠Aumenta la produzione di ATP.
4.⁠ ⁠Genera segnali retrogradi che migliorano la resilienza cellulare.
In un mondo moderno dove trascorriamo il 90% del tempo al chiuso (carenti di
infrarosso solare) e bombardati da luce blu, l'integrazione con tecnologie a luce rossa
non è un "lusso", ma una forma di supplementazione ambientale necessaria per mimare
lo spettro solare completo che i nostri mitocondri si aspettano per funzionare.
Filosofia Elioslamp – Il ritorno all'origine
La filosofia che guida Elioslamp non si limita alla vendita di un dispositivo luminoso; si
fonda sulla consapevolezza che l'uomo è un animale fototropico. Abbiamo costruito
civiltà complesse, ma la nostra biologia è rimasta ferma al Paleolitico. I nostri
mitocondri non sanno cosa sia uno smartphone, una lampada a LED fredda o un turno
di notte. Loro interpretano questi segnali come un'eterna "estate" o un eterno
"mezzogiorno", spingendo l'organismo verso una crescita e un consumo perpetui, senza
mai concedere la fase di riposo e riparazione invernale/notturna.
La missione non è rifiutare la tecnologia, ma usarla per ricreare un ambiente ancestrale
compatibile con la vita moderna.
1.⁠ ⁠Protezione: Schermare la luce aliena (blu) quando il sole tramonta.
2.⁠ ⁠Nutrimento: Fornire la luce rigenerativa (rossa/NIR) che i vetri delle finestre e la
vita indoor ci hanno sottratto.
3.⁠ ⁠Rispetto: Onorare il buio come medicina.
Usare la luce rossa alla sera, o al mattino per l'attivazione, non è "biohacking" nel senso
di forzare la biologia; è "bio-armonizzazione". È restituire ai mitocondri il segnale di
sicurezza che cercano da milioni di anni. Quando il sensore mitocondriale percepisce il
rosso e l'assenza di blu, invia un messaggio al nucleo: "Siamo al sicuro, è sera, possiamo
iniziare a riparare i tessuti e rigenerare il cervello".
Take home points
 Luce come cibo: Considera la luce non come un mezzo per vedere, ma come un
nutriente per i tuoi mitocondri. La malnutrizione luminosa è reale quanto quella
alimentare.
 Il mattino è sacro: Esponiti alla luce naturale entro 30 minuti dal risveglio.
Questo sincronizza l'SCN e prepara i mitocondri per la produzione di energia, e
soprattutto carica il "timer" per il rilascio di melatonina 12-14 ore dopo.
 Buio = riparazione: L'integrità mitocondriale dipende dalla melatonina. La
luce blu dopo il tramonto sopprime la melatonina e distrugge la capacità dei
mitocondri di auto-ripararsi (mitofagia). Usa occhiali blue-blocker e luci
rosse/ambra la sera.
 La finestra temporale: Mangia quando c'è luce. Nutrire i mitocondri quando
l'orologio circadiano dice che è "notte" forza la produzione di energia in un
momento in cui il sistema dovrebbe fare le pulizie, generando scorie che non
verranno smaltite.
 Integrazione rossa (fotobiomodlazione): L'uso di pannelli a luce rossa
fornisce l'energia fotonica necessaria al citocromo C ossidasi per sbloccare la
produzione di ATP e ridurre l'infiammazione, compensando la vita moderna
indoor.
 Costanza: Un singolo giorno di buon ritmo non ripara anni di danni. La salute
mitocondriale è un progetto a lungo termine che richiede una regolarità quasi
maniacale (o meglio, rituale).
Conclusione: Non puoi integrare, medicare o allenare attraverso un cattivo ritmo
circadiano. Se l'orologio è rotto, il motore non girerà mai al massimo. Proteggi il tuo
ritmo, e i tuoi mitocondri proteggeranno te.
Riferimenti
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between circadian clock and mitochondria." Animal Cells and Systems 28.1 (2024):
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Sommer, Andrei P. "Mitochondrial solar sensitivity: evolutionary and biomedical
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Recupero attivo:

♦️Recupero attivo: la chiave della performance e della salute cellulare
Tutto parte da una cellula, singola cellula muscolare che lavora, che si contrae, che produce energia in condizioni di sforzo intenso. E quando l’intensità supera la capacità del sistema aerobico di sostenere la richiesta energetica, quella cellula inizia a produrre lattato, un metabolita che per anni è stato ingiustamente demonizzato come il “veleno della fatica”. La realtà scientifica è molto più articolata e capirla cambia completamente il modo in cui ci si approccia all’allenamento.
📍Il lattato in sé non è un nemico. È un segnale, è una molecola di soccorso che il muscolo produce per continuare a lavorare quando l’ossigeno non basta. Il problema nasce quando si accumula in eccesso, quando la sua concentrazione supera la capacità tamponante del muscolo e del sangue. In quel momento l’ambiente intracellulare si acidifica, il pH scende, gli enzimi che regolano la contrazione muscolare perdono efficienza, i canali ionici si alterano, e la performance crolla. È la fatica muscolare nella sua espressione più concreta e misurabile.
📍Ora arriva il punto fondamentale, quello che Christensen aveva intuito decenni fa e che la fisiologia moderna ha confermato con solidità: la rimozione attiva del lattato accelera il recupero in modo significativamente superiore rispetto al semplice riposo passivo. Adattando quei lavori al contesto dell’allenamento moderno, i dati sono eloquenti. Dopo un’ora di allenamento intenso, bastano sei minuti di attività aerobica leggera, anche la bike o una camminata a bassa intensità, per rimuovere una quota di lattato ematico nettamente superiore rispetto a chi si siede e aspetta… diciamo 5-6 minuti, che però valgono moltissimo.
📍Il meccanismo è semplice; durante un’attività aerobica a bassa intensità, il muscolo attivo diventa un “consumatore” di lattato. Il cuore, il fegato, le fibre muscolari di tipo I ossidativo captano il lattato circolante e lo utilizzano come substrato energetico attraverso il ciclo di Cori e la gluconeogenesi epatica. Il lattato, insomma, viene letteralmente bruciato come carburante. E questo processo è enormemente più rapido se il corpo è in movimento che se è fermo.
📍Partendo da questo principio, la sua applicazione pratica nell’allenamento degli arti inferiori diventa non solo logica, ma necessaria. L’allenamento delle gambe è tra i più metabolicamente impegnativi che esistano. Grandi masse muscolari, carichi importanti, range di movimento ampi, accumulo di lattato che può essere imponente. Concludere una seduta per gli arti inferiori senza un defaticante aerobico attivo, sia esso la bike, il tapis roulant a passo tranquillo o qualsiasi altro strumento cardiovascolare a bassa intensità, significa lasciare quella cellula muscolare in un ambiente ostile più a lungo del necessario. E un ambiente ostile prolungato significa infiammazione, rigidità, recupero più lento, e una sessione successiva compromessa fin dall’inizio.
📍Ma c’è di più, soprattutto per chi lavora con persone che presentano quadri complessi come sovrappeso, cellulite, ritenzione idrica e alterazioni del microcircolo. In questi soggetti, la priorità non può essere soltanto l’intensità dell’allenamento. La priorità diventa la capacità dell’organismo di smaltire ciò che l’allenamento stesso produce. Perché se il corpo non riesce a eliminare efficacemente i prodotti di scarto metabolici, l’allenamento non libera, infiamma. Non migliora, peggiora. Il tessuto già compromesso da un microcircolo inefficiente, da una linfa stagnante, da una matrice extracellulare congestionata, non ha la capacità di tamponare un ulteriore carico tossico. E il risultato è che il corpo si difende, trattiene, ristagna. Il gonfiore aumenta, la cellulite peggiora, la persona si sente peggio di prima e perde motivazione.
📍La soluzione non è allenarsi meno, e’ allenarsi in modo intelligente, integrando la gestione del recupero come parte integrante della seduta stessa. E questo concetto si può applicare anche un blocco di serie e l’altra, non solo alla fine dell’allenamento. Le gambe a parete, ad esempio, una posizione semplice in cui l’atleta si sdraia e solleva gli arti inferiori appoggiandoli verticalmente contro una parete, sfrutta la gravità per favorire il ritorno venoso e linfatico, riducendo la stasi dei fluidi nei tessuti periferici, accelerando il transito dei metaboliti verso i distretti di smaltimento. 30-40 secondi tra una serie e l’altra, in certi soggetti, valgono quanto una modifica del programma stesso.
📍Il messaggio che emerge da tutto questo è chiaro e va interiorizzato profondamente: prendersi cura dello smaltimento è prendersi cura della performance. La cellula che lavora bene è una cellula che vive in un ambiente pulito, con un pH equilibrato, con i substrati energetici disponibili e i prodotti di scarto rimossi in tempi rapidi. Un organismo che smaltisce bene è un organismo che risponde all’allenamento, che progredisce, che si ricompone. Uno che non smaltisce si infiamma, si irrigidisce, e alla lunga regredisce, qualunque cosa faccia in sala.

Osteopatia26

Fabrizio Renzoni osteopata D.O.m.R.O.I. Tessera n. 4727

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