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Recupero attivo:

♦️Recupero attivo: la chiave della performance e della salute cellulare
Tutto parte da una cellula, singola cellula muscolare che lavora, che si contrae, che produce energia in condizioni di sforzo intenso. E quando l’intensità supera la capacità del sistema aerobico di sostenere la richiesta energetica, quella cellula inizia a produrre lattato, un metabolita che per anni è stato ingiustamente demonizzato come il “veleno della fatica”. La realtà scientifica è molto più articolata e capirla cambia completamente il modo in cui ci si approccia all’allenamento.
📍Il lattato in sé non è un nemico. È un segnale, è una molecola di soccorso che il muscolo produce per continuare a lavorare quando l’ossigeno non basta. Il problema nasce quando si accumula in eccesso, quando la sua concentrazione supera la capacità tamponante del muscolo e del sangue. In quel momento l’ambiente intracellulare si acidifica, il pH scende, gli enzimi che regolano la contrazione muscolare perdono efficienza, i canali ionici si alterano, e la performance crolla. È la fatica muscolare nella sua espressione più concreta e misurabile.
📍Ora arriva il punto fondamentale, quello che Christensen aveva intuito decenni fa e che la fisiologia moderna ha confermato con solidità: la rimozione attiva del lattato accelera il recupero in modo significativamente superiore rispetto al semplice riposo passivo. Adattando quei lavori al contesto dell’allenamento moderno, i dati sono eloquenti. Dopo un’ora di allenamento intenso, bastano sei minuti di attività aerobica leggera, anche la bike o una camminata a bassa intensità, per rimuovere una quota di lattato ematico nettamente superiore rispetto a chi si siede e aspetta… diciamo 5-6 minuti, che però valgono moltissimo.
📍Il meccanismo è semplice; durante un’attività aerobica a bassa intensità, il muscolo attivo diventa un “consumatore” di lattato. Il cuore, il fegato, le fibre muscolari di tipo I ossidativo captano il lattato circolante e lo utilizzano come substrato energetico attraverso il ciclo di Cori e la gluconeogenesi epatica. Il lattato, insomma, viene letteralmente bruciato come carburante. E questo processo è enormemente più rapido se il corpo è in movimento che se è fermo.
📍Partendo da questo principio, la sua applicazione pratica nell’allenamento degli arti inferiori diventa non solo logica, ma necessaria. L’allenamento delle gambe è tra i più metabolicamente impegnativi che esistano. Grandi masse muscolari, carichi importanti, range di movimento ampi, accumulo di lattato che può essere imponente. Concludere una seduta per gli arti inferiori senza un defaticante aerobico attivo, sia esso la bike, il tapis roulant a passo tranquillo o qualsiasi altro strumento cardiovascolare a bassa intensità, significa lasciare quella cellula muscolare in un ambiente ostile più a lungo del necessario. E un ambiente ostile prolungato significa infiammazione, rigidità, recupero più lento, e una sessione successiva compromessa fin dall’inizio.
📍Ma c’è di più, soprattutto per chi lavora con persone che presentano quadri complessi come sovrappeso, cellulite, ritenzione idrica e alterazioni del microcircolo. In questi soggetti, la priorità non può essere soltanto l’intensità dell’allenamento. La priorità diventa la capacità dell’organismo di smaltire ciò che l’allenamento stesso produce. Perché se il corpo non riesce a eliminare efficacemente i prodotti di scarto metabolici, l’allenamento non libera, infiamma. Non migliora, peggiora. Il tessuto già compromesso da un microcircolo inefficiente, da una linfa stagnante, da una matrice extracellulare congestionata, non ha la capacità di tamponare un ulteriore carico tossico. E il risultato è che il corpo si difende, trattiene, ristagna. Il gonfiore aumenta, la cellulite peggiora, la persona si sente peggio di prima e perde motivazione.
📍La soluzione non è allenarsi meno, e’ allenarsi in modo intelligente, integrando la gestione del recupero come parte integrante della seduta stessa. E questo concetto si può applicare anche un blocco di serie e l’altra, non solo alla fine dell’allenamento. Le gambe a parete, ad esempio, una posizione semplice in cui l’atleta si sdraia e solleva gli arti inferiori appoggiandoli verticalmente contro una parete, sfrutta la gravità per favorire il ritorno venoso e linfatico, riducendo la stasi dei fluidi nei tessuti periferici, accelerando il transito dei metaboliti verso i distretti di smaltimento. 30-40 secondi tra una serie e l’altra, in certi soggetti, valgono quanto una modifica del programma stesso.
📍Il messaggio che emerge da tutto questo è chiaro e va interiorizzato profondamente: prendersi cura dello smaltimento è prendersi cura della performance. La cellula che lavora bene è una cellula che vive in un ambiente pulito, con un pH equilibrato, con i substrati energetici disponibili e i prodotti di scarto rimossi in tempi rapidi. Un organismo che smaltisce bene è un organismo che risponde all’allenamento, che progredisce, che si ricompone. Uno che non smaltisce si infiamma, si irrigidisce, e alla lunga regredisce, qualunque cosa faccia in sala.

Osteopatia26

Fabrizio Renzoni osteopata D.O.m.R.O.I. Tessera n. 4727

Fano PU CAP 61032 VIA G. Gabrielli N 12/A

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